Riccardo Piatti: “Sinner sapeva già di vincere le Finals”

Il tennis non si ferma mai, e Riccardo Piatti lo sa bene. Dopo l’addio a Jannik Sinner, il coach che ha forgiato il numero uno italiano è tornato a fare ciò che ama di più: insegnare. Il suo centro di Bordighera è un laboratorio di talento, dove i migliori giovani under 12 d’Italia affinano i loro colpi. Il futuro del tennis passa ancora dalle sue mani, anche se il passato, inevitabilmente, lo segue. L’ex coach di Sinner si è raccontato in una intervista esclusiva al Corriere della Sera.

La vita dopo Sinner: una nuova missione

Piatti ha vissuto decenni viaggiando per il mondo, accompagnando campioni come Gasquet, Ljubicic, Raonic, Djokovic e, ovviamente, Sinner. Ma dopo il divorzio con il talento altoatesino, il tecnico comasco ha dovuto ridefinire la sua routine. “Ho smesso di vivere la vita degli altri”, ammette. Niente più 52 settimane in trasferta, niente più ossessione per un solo giocatore. Ora la sua energia è dedicata ai giovani, con l’obiettivo di formare futuri top 10.

Il suo centro di Bordighera è una fucina di talenti: il sardo Carboni, l’indiano Dhamne, il francese Debru. E mentre il figlio Rocco insegue la sua strada nei tornei, Piatti prepara il futuro del tennis. “Il Piatti Center non è un supermarket: qui si fa un processo di crescita”, spiega con convinzione.

Un cambio generazionale in corso

Dall’alto della sua esperienza, Piatti osserva il momento di transizione che sta vivendo il tennis mondiale. Sinner è il riferimento, Alcaraz l’inseguitore, mentre nuovi talenti come Joao Fonseca e Mensik si affacciano nel circuito. “Diamo loro tempo”, suggerisce. Non tutti possono bruciare le tappe come Jannik, che al 139° match era già numero 9 del mondo.

Ma ciò che distingue i grandi è la consapevolezza. “Sinner sa chi è, dall’inizio. I Big Three lo hanno sempre saputo. Alcaraz lo sa a giorni alterni”, afferma con lucidità. Per questo, non ha dubbi sul ritorno di Jannik a Roma dopo i tre mesi di stop: “Sarà subito forte. La sospensione gli ha allungato la carriera, tornerà carico e motivato”.

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Un legame indissolubile, anche senza parole

Piatti e Sinner non si sentono spesso, ma il rispetto rimane. L’ultima volta che hanno scambiato un messaggio era l’8 novembre, compleanno di Piatti e vigilia delle ATP Finals. “Divertiti e facci divertire”, gli ha scritto. “Andrà bene”, ha risposto Jannik. “Sapeva già tutto. Sapeva che avrebbe vinto”.

Il divorzio era inevitabile? Forse. Piatti sapeva che, prima o poi, Jannik avrebbe avuto bisogno di indipendenza. “Con lui dovevo essere rigoroso, a volte rigido. Per Jannik questo rigore, a un certo punto, è stato troppo da reggere”.

Eppure, guardando il Sinner di oggi, il coach non ha rimpianti. “Rivedo molto del lavoro che abbiamo fatto insieme”. E sul futuro del suo ex allievo, ha un’idea precisa su chi potrebbe essere il suo prossimo super coach: “Carlos Moya. È stato numero uno, conosce il circuito, ha lo spessore umano giusto”.

“Il tennis non muore mai”

Piatti guarda avanti. Il tennis sta cambiando, i colpi diventano più potenti, gli scambi sempre più fisici, i rovesci monomani sempre più rari. Ma la storia dello sport dimostra che ogni fase ha il suo ciclo. “Temevamo non ci fosse futuro dopo Sampras, poi sono arrivati i Big Three. Ora c’è Sinner, ma tutto il tennis italiano è cresciuto moltissimo. Si è aperto un ciclo che durerà vent’anni”.

E mentre i nuovi talenti emergono, Piatti continua la sua missione: formare campioni. Perché, come dice lui, “i campioni passano, ma il tennis non muore mai”.

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